“IL MADE IN ITALY” Editoriale di Marco Tupponi

Con l’espressione “Made in Italy” si indicano, ufficialmente, tutti quei beni che sono progettati, ideati e disegnati in Italia, anche se industrialmente prodotti altrove. Generalmente, però, in termini meno tecnici, essa viene utilizzata per identificare prodotti dell’industria italiana che presentano delle caratteristiche generali comuni: l’alto livello qualitativo della materia prima impiegata, lo stile raffinato, l’innovazione, la cura dei dettagli, la fantasia delle soluzioni adottate e la capacità di durare nel tempo. In particolar modo, ci si riferisce prevalentemente a prodotti inerenti ai settori dell’abbigliamento, dell’arredamento, della meccanica, della bigiotteria, dell’industria cinematografica e agroalimentare, dell’argenteria e della pelletteria. Si tratta, dunque, di un vero e proprio marchio applicato su più ambiti, che, tuttavia, non è registrato: ciò vuol dire che nessun ente lo gestisce ufficialmente e che, dunque, nessuno può imporre ad altri enti produttori di non plagiarlo e di differenziarsi dalla sua originalità.

Senza dubbio il Made in Italy è famoso nel mondo, ma quanti prodotti lo sono veramente?

Stando ai dati della Coldiretti (riferiti al secondo decennio del ventunesimo secolo), i prodotti venduti all’estero come italiani sono falsi per i due terzi e, rispetto ai decenni precedenti, sono cresciuti circa del 70%: sfruttando il cosiddetto “Italian sounding” (la sonorità italiana) le merci estere presentano spesso simboli, nomi o parole che rimandano alla Penisola (come “Contadina, Roma tomatoes”, con cui si vendono dei presunti pomodori di provenienza capitolina). Peraltro, oltre ad evitare questi (imbarazzanti) tentativi di plagio, se il marchio del Made in Italy fosse registrato il suo valore sarebbe di circa 100 miliardi di dollari.

“Allora che cosa costa registrare un marchio? Ormai lo fanno tutti!”

Ahimè non è tutto così facile: supponiamo che, dall’altra parte del mondo, un imprenditore decida, pur essendo registrato il marchio Made in Italy, di vendere un prodotto dalla parvenza italiana ma che è in realtà “Made in Atlantide”: se il consumatore non dovesse vedere la scritta in cui si indica la provenienza del prodotto stesso (che strategicamente può essere riportata in piccolo) e che acquisti dunque il suddetto bene, non porterà un guadagno al marchio registrato ma all’imprenditore che, furbescamente, ha messo sul mercato un Made in Italy fasullo.

Un altro aspetto da non sottovalutare è quello legato all’immagine del marchio, a prescindere che esso sia registrato o meno. Supponiamo che un altro prodotto di falso Made in Italy sia messo in vendita e sia scadente. In questo caso, l’acquirente rimarrà deluso dalla bassa qualità del prodotto ed eviterà di comprare nuovamente merci provenienti dall’Italia (sebbene quello non lo fosse veramente): dunque, non solo sarà danneggiato il prodotto non-ufficiale, ma anche quello che è realmente Made in Italy, portando, anche in questo caso, ad un guadagno minore.

I paesi in cui i prodotti falsi sono più diffusi, di solito, sono quelli dove la domanda è più alta, cioè USA, Canada, Cina, Norvegia, Australia, Svizzera, Bielorussia, Argentina, Brasile e, soprattutto, Russia. Quest’ultima è, infatti, lo Stato che, al mondo, consuma più prodotti italiani fasulli. Ciò è dovuto ad un provvedimento preso da Vladimir Putin nel 2014, quando lo statista decise di imporre l’embargo nei confronti dell’Italia per alimenti vegetali, carne, pesce e formaggi. La domanda è, perciò, diminuita per i prodotti ufficialmente Made in Italy, ma non per quelli falsi, in cui è aumentata esponenzialmente (come è cresciuto, al contempo, il numero di ristoranti italiani, o simili).

Se, da un lato, ciò può renderci orgogliosi (poiché siamo visti globalmente come dei modelli da imitare), allo stesso tempo danneggia la nostra economia.

Cosa possiamo fare?

Niente, non direttamente almeno. Nemmeno io che scrivo so come la situazione possa risolversi, poiché è un compito che spetta a coloro che sono nei piani alti. Con questo articolo, tuttavia, vorrei mettere in evidenza questo problema, affinché sia noto a più persone possibile e non si continui ad ignorarlo, come (purtroppo) accade tutt’ora.

Ricordiamoci che siamo in piena crisi economica e incentivare la promozione del nostro Prodotto può, certamente, contribuire positivamente al superamento di questa situazione.

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