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Foibe ed esodo, nel Giorno del Ricordo ripercorriamo il dramma degli italiani del confine orientale

“Con il termine foiba, che deriva dal latino fovea, vengono chiamati gli inghiottitoi naturali tipici delle aree carsiche; tali abissi si prestano assai bene a far scomparire in maniera rapida oggetti di dimensioni anche notevoli”. Per le generazioni di italiani cresciuti tra gli anni Cinquanta e Novanta, le foibe hanno significato solo questo: caratteristiche di paesaggi lontani. Si è scoperto poi, grazie alla tenacia di storici, ricercatori e alle mutate condizioni geopolitiche che, quegli abissi, erano qualcosa di ben più inquietante. Una tomba per migliaia di persone.

Le popolazioni dell’entroterra istriano già le usavano per disfarsi di carcasse di animali e scarti agricoli. Chissà chi fu il primo a cui venne l’agghiacciante idea di gettarci i nostri connazionali, legati uno all’altro con il fil di ferro. Solo i primi venivano “graziati” con una pistolettata alla nuca, perché sprofondando trascinassero il resto del gruppo. E così, per giorni, i pochi sopravvissuti restavano ad agonizzare tra i cadaveri dei loro compagni di sventura. I primi infoibamenti risalgono ai giorni successivi all’8 settembre del 1943. “All’indomani dell’armistizio di Cassibile – spiega il professor Giuseppe Parlato, docente di Storia contemporanea e presidente della Fondazione Ugo Spirito – il Paese era allo sbando e nelle terre dell’Adriatico orientale si venne a creare un vuoto di potere, così i partigiani jugoslavi di Tito ne approfittarono per fare giustizia sommaria contro gli italiani”. Rastrellamenti e violenze durarono un mese. “Non solo tra coloro che avevano rappresentato il fascismo, per essere perseguitati bastava solo essere italiani. Poi, non ci furono soltanto gli italiani nelle foibe, ma molti sloveni e croati non comunisti”, chiarisce il professore.

Ad ottobre dello stesso anno, i tedeschi ripresero il controllo di quei territori con l’operazione Nubifragio. Fu allora che vennero “scoperte” le foibe e iniziarono i primi recuperi. “Tra questi – ricorda lo storico – ci fu quello di Norma Cossetto, ritrovata ancora integra nella foiba di villa Surani”. Circostanza raccontata anche da Giuseppe Comand, che aiutò i vigili del fuoco di Pola, guidati dal maresciallo Arnaldo Harzarich, ad effettuare i recuperi: “Con il raggio della pila (Harzarich, ndr) illuminò il corpo di una ragazza seminuda, che sembrava seduta sul fondo della foiba con la schiena poggiata alla parete e la testa rivolta in alto, come se sorridesse. Si trattava di Norma Cossetto, la studentessa istriana torturata e violentata dai partigiani, prima di venire infoibata”. Le persecuzioni anti-italiane riprenderanno con la caduta di Berlino e il disfacimento dell’esercito tedesco, quindi in tempo di pace. “Le vittime sono state 12-13mila, non tutti – specifica l’esperto – sono stati infoibati, perché le foibe sono una caratteristica del suolo istriano, nella Dalmazia venivano affogati con una pietra al collo. Molti morirono in seguito a fucilazioni o di stenti nei campi di concentramento sloveni e croati”.

“L’episodio più emblematico – ricorda il professore – è la strage di Vergarolla, a Pola, nell’estate 1946″. La carneficina si consuma su una spiaggia gremita di famiglie, arrivate dalla città per assistere a una gara di nuoto. Un ammasso di vecchie mine di profondità, accatastate sulla spiaggia e bonificate mesi prima, esplode inspiegabilmente. Il bilancio è di più di cento vittime, molte delle quali rimaste senza nome. Le responsabilità di quel massacro non furono mai chiarite, ma la certezza è che dietro alla detonazione ci sia stata la mano di un esperto. L’ipotesi più probabile, è che anche Vergarolla sia stata un tragico avvertimento agli italiani perché se ne andassero dall’Istria: e infatti così avvenne. L’orrore e la paura portarono allo spopolamento di intere città e il 90 per cento dei giuliano-dalmati finirono per abbandonare le proprie case, iniziando una vita da profughi. Solo per citare qualche esempio, da Fiume se ne andarono 54mila su 60mila abitanti, a Rovigno 8mila su 10mila e a Dignano 6mila su 7mila.

Indro Montanelli li definì “italiani due volte” e, complessivamente, furono 350mila. Cosa trovarono al di qua dell’Adriatico? Una società ostile, che li tacciava di essere “fascisti”. “Dalle colonne de L’Unità, il Partito comunista italiano, che all’epoca governava con i socialisti e i democristiani, iniziò una campagna denigratoria contro gli esuli”. Li definivano “relitti repubblichini”, “carnefici che si atteggiano a vittime” e “indesiderabili” che scappano “per sfuggire al giusto castigo della polizia popolare jugoslava”. “Il prodotto della propaganda d’odio furono episodi di intolleranza spregevoli come quello che avvenne alla stazione di Bologna, quando a un convoglio di profughi fu impedito di fermarsi per dissetare i bambini a bordo o quando, nel 1948, a Taranto, diversi militanti comunisti cercarono di assaltare l’edificio che ospitava gli esuli da Pola”.

“Finché il Pci è stato al governo – afferma Parlato – foibe e esodo erano un tabù, perché Togliatti dipendeva da Mosca come Tito”. Quando il Maresciallo rompe con Stalin per inseguire il progetto della Federazione Balcanica, saranno gli americani a chiedere al governo italiano di mettere a tacere il caso. Perché, nello scacchiere dei due blocchi, la Jugoslavia in quel momento era diventata preziosa per gli Usa: non a caso la questione di Trieste si risolse soltanto nel 1954. Bisognerà attendere il crollo del Muro di Berlino e la fine della Guerra Fredda per iniziare a dire certe cose, sottovoce. Ma prima di ottenere cittadinanza nei libri di testo e nei consessi pubblici passeranno ancora anni. Solo nel 2004 il nostro legislatore ha istituito la solennità del Giorno del Ricordo.

ARTICOLO TRATTO DA IL GIORNALE

Foibe, Mattarella: “No ai negazionismi, non fu una ritorsione contro i torti del fascismo. Bisogna proteggere l’ideale europeo”

Il Capo dello Stato celebra la Giornata del Ricordo: “Tra le vittime italiane vi furono molte persone che nulla avevano a che fare con i fascisti e le loro persecuzioni”.

“Celebrare la giornata del Ricordo significa rivivere una grande tragedia italiana, vissuta allo snodo del passaggio tra la seconda guerra mondiale e l’inizio della guerra fredda”. Così il presidente della Repubblica Sergio Mattarella al Quirinale per commemorare la tragedia delle Foibe, che nel suo discorso ha fatto un’appassionata difesa dell’Europa. 

“Un capitolo buio della storia nazionale e internazionale, che causò lutti, sofferenza e spargimento di sangue innocente. Mentre, infatti, sul territorio italiano la conclusione del conflitto contro i nazifascisti sanciva la fine dell’oppressione – ha detto ancora il capo dello Stato – e il graduale ritorno alla libertà e alla democrazia, un destino di ulteriore sofferenza attendeva gli Italiani nelle zone occupate dalle truppe jugoslave”.

“Non si trattò – come qualche storico negazionista o riduzionista ha provato a insinuare – di una ritorsione contro i torti del fascismo. Perché tra le vittime italiane di un odio, comunque intollerabile, che era insieme ideologico, etnico e sociale, vi furono molte persone che nulla avevano a che fare con i fascisti e le loro persecuzioni. Solo dopo la caduta del muro di Berlino – il più vistoso, ma purtroppo non l’unico simbolo della divisione europea – una paziente e coraggiosa opera di ricerca storiografica, non senza vani e inaccettabili tentativi di delegittimazione, ha fatto piena luce sulla tragedia delle foibe e del successivo esodo – ha detto il capo dello Stato -, restituendo questa pagina strappata alla storia e all’identità della nazione”.

Dopo le stragi nelle Foibe “i circa duecentocinquantamila mila profughi, che tutto avevano perduto, e che guardavano alla madrepatria con speranza e fiducia non sempre trovarono in Italia la comprensione e il sostegno dovuti. Ci furono, è vero, grandi atti di solidarietà. Ma la macchina dell’accoglienza e dell’assistenza si mise in moto con lentezza, specialmente durante i primi anni, provocando agli esuli disagi e privazioni. Molti di loro presero la via dell’emigrazione, verso continenti lontani – ha proseguito il capo dello Stato -. E alle difficoltà materiali in Patria si univano, spesso, quelle morali: certa propaganda legata al comunismo internazionale dipingeva gli esuli come traditori, come nemici del popolo che rifiutavano l’avvento del regime comunista, come una massa indistinta di fascisti in fuga. Non era così, erano semplicemente italiani. “L’ideale di Europa è nata tra le tragiche macerie della guerra, tra le stragi e le persecuzioni, tra i fili spinati dei campi della morte. Si è sviluppata in un continente diviso in blocchi contrapposti, nel costante pericolo di conflitti armati: per dire mai più guerra, mai più fanatismi nazionalistici, mai più volontà di dominio e di sopraffazione”, ha aggiunto il Capo dello Stato

Per Mattarella “l’ideale europeo, e la sua realizzazione nell’Unione, è stato – ed è tuttora – per tutto il mondo, un faro del diritto, delle libertà, del dialogo, della pace. Un modo di vivere e di concepire la democrazia – che va incoraggiato, rafforzato e protetto dalle numerose insidie contemporanee. Queste insidie “vanno dalle guerre commerciali, spesso causa di altri conflitti, alle negazioni dei diritti universali, al pericoloso processo di riarmo – ha detto ancora Mattarella -, al terrorismo fondamentalista di matrice islamista, alle tentazioni di risolvere la complessità dei problemi attraverso scorciatoie autoritarie”.

ARTICOLO TRATTO DA LA REPUBBLICA

LE FOIBE

Con il termine foiba, che deriva dal latino fovea, vengono chiamati gli inghiottitoi naturali tipici delle aree carsiche; tali abissi si prestano assai bene a far scomparire in maniera rapida oggetti di dimensioni anche notevoli nelle zone in cui la natura rocciosa del terreno rende problematico lo scavo. In tal senso nella Venezia Giulia (ex province di Trieste, Gorizia, Pola e Fiume) le f. vennero largamente utilizzate durante la Seconda guerra mondiale e nel dopoguerra, per liberarsi dei corpi di coloro che erano caduti a causa degli scontri tra nazifascisti e partigiani, e soprattutto per occultare le vittime delle ondate di violenza di massa scatenate a due riprese – dapprima nell’autunno del 1943 e successivamente nella primavera del 1945 – da parte del movimento di liberazione sloveno e croato e delle strutture del nuovo Stato iugoslavo creato da Tito. Furono principalmente i cadaveri di vittime delle fucilazioni a essere gettati nelle f. e in altre cavità artificiali, quali, per fare un esempio, le cave di bauxite dell’Istria oppure il pozzo della miniera di Basovizza, ma in alcuni casi nell’abisso furono precipitate anche persone ancora in vita. Talvolta infatti i condannati venivano fatti allineare sull’orlo della f. e legati fra loro con filo di ferro; successivamente coloro che venivano colpiti dalla scarica trascinavano giù, insieme a loro, gli altri. Particolarmente note sono la ‘foiba dei colombi’ di Vines, in Istria (nella attuale Repubblica di Croazia), dalla quale vennero recuperati, nel 1943, ben 84 corpi, e il pozzo di Basovizza, nei pressi di Trieste, divenuto poi monumento nazionale, in cui nel 1945 venne gettato un numero imprecisato di persone. Testimonianze dell’epoca raccolte da parte britannica parlano di alcune centinaia di vittime, mentre da parte italiana vennero diffuse cifre assai superiori, fondate però unicamente sulla cubatura dei detriti presenti nel pozzo. Le esplorazioni di tale cavità sono state ostacolate dalla ingente massa di materiali, compresi proiettili inesplosi, che vi furono gettati dagli iugoslavi allo scopo di celare la strage, e non hanno prodotto significativi risultati.

Non tutte le vittime delle due ondate di violenza hanno però trovato la morte nelle f.: anzi, buona parte degli scomparsi perì in altro modo, soprattutto nelle carceri e nei campi di concentramento iugoslavi. Tuttavia, il forte impatto emotivo derivante dalla scoperta dei primi ‘infoibamenti’ nell’ottobre del 1943, ha fatto sì che da quel momento il termine foibe fosse usato per definire nel loro complesso le stragi avvenute nella Venezia Giulia, mentre infoibati sono stati in genere considerati tutti coloro che vennero uccisi nel corso delle medesime stragi. Un simile uso simbolico del termine è all’origine di notevoli equivoci sul piano interpretativo e ha offerto inoltre ampio spazio al negazionismo. Appare quindi opportuno, al fine di comprendere meglio tanto le dimensioni quanto il significato delle violenze di massa, fare uso dell’espressione stragi iugoslave, al cui interno rientra anche la modalità specifica dell’infoibamento.

Quanto alle dimensioni del fenomeno, le stime sono rese problematiche dalla natura delle fonti. Le ipotesi più attendibili parlano di circa 600-700 vittime per il 1943, quando a essere coinvolta fu soprattutto l’Istria, e di più di 10.000 arrestati – in massima parte, ma non esclusivamente, di nazionalità italiana -, alcune migliaia dei quali non fecero ritorno nel 1945, quando l’epicentro delle violenze fu costituito da Trieste, Gorizia e Fiume. Nel complesso, un ordine di grandezza tra le 4000 e le 5000 vittime sembra essere attendibile; cifre superiori si raggiungono soltanto conteggiando anche i caduti che si ebbero da parte italiana nella lotta antipartigiana.

La prima ondata di violenze si ebbe dopo l’8 settembre. Crollate le strutture dello Stato italiano, i tedeschi occuparono in un primo momento soltanto i centri strategici di Trieste, Pola e Fiume, mentre nell’interno dell’Istria il potere venne assunto dal movimento di liberazione iugoslavo. In un quadro di generale confusione insorsero i contadini croati, affluirono le formazioni partigiane operanti nell’entroterra croato e ovunque vennero instaurati i ‘poteri popolari’. Subito cominciarono gli arresti. Accanto a squadristi e gerarchi locali vennero prelevati podestà, segretari e messi comunali, carabinieri, guardie campestri, esattori delle tasse e ufficiali postali: un segno questo della diffusa volontà di spazzare via chiunque potesse fare ricordare l’amministrazione italiana. Nell’insurrezione, però, i connotati etnici e politici si saldavano inestricabilmente con quelli sociali; in tal modo bersaglio delle retate divennero anche i possidenti italiani, vittime dell’antagonismo di classe che coloni e mezzadri croati avevano accumulato nei confronti dei proprietari italiani. Sorte simile venne riservata a molti dirigenti, impiegati nonché capisquadra di imprese industriali, cantieristiche e minerarie. Ben presto però, il campo delle violenze si allargò fino a coinvolgere tutte le figure maggiormente rappresentative delle comunità italiane (dagli avvocati alle levatrici), vittime di una fiammata di furore nazionalista che però non era fine a sé stessa, ma piuttosto funzionale a un disegno politico di distruzione della classe dirigente italiana, considerata un ostacolo per l’affermazione del nuovo corso politico. Significativamente, negli stessi giorni a Pisino il Comitato popolare di liberazione proclamò l’annessione della regione alla Croazia e la cittadina divenne il centro della repressione: vi fu creato un tribunale rivoluzionario e nel castello fu concentrata la maggior parte degli arrestati provenienti da altre località dell’Istria. Di questi, numerosi furono uccisi nel corso delle successive settimane di settembre, molti altri vennero eliminati in massa ai primi di ottobre quando, di fronte a un’offensiva tedesca, le autorità popolari decisero di liberarsi di tutti i prigionieri, i quali potevano trasformarsi in pericolosi testimoni.

Nel clima di selvaggia rivolta contadina, con la sua commistione di rancori etnici, familiari e di interesse, in cui trovarono posto anche casi di distruzione dei catasti, di linciaggio e di violenze sessuali, si innestò dunque la violenza programmata. Fonti croate del tempo confermano come uno dei compiti prioritari affidati ai poteri popolari in Istria fosse proprio quello di ‘ripulire’ il territorio dai ‘nemici del popolo’: una formula questa che, nella sua indeterminatezza, si prestava a comprendere tutti coloro che non collaboravano attivamente al movimento di liberazione.

La seconda ondata di violenze di massa ebbe inizio nei primi giorni di maggio del 1945, quando le truppe iugoslave giunsero nella Venezia Giulia. Appena cessati i combattimenti, infatti, centinaia di militari della Repubblica sociale italiana caduti prigionieri furono passati per le armi (lo stesso accadde a quelli tedeschi) e migliaia di altri furono avviati verso i campi di prigionia – fra i quali particolarmente famigerato fu quello di Borovnica – dove fame, violenze e malattie mieterono un gran numero di vittime.

Nella logica dell’eliminazione delle forze armate nemiche esistenti sul territorio rientra anche la deportazione delle unità della Guardia di Finanza, che non avevano mai partecipato ad azioni antipartigiane, e di molti membri della Guardia civica di Trieste. In entrambi i casi, si trattava di formazioni che, largamente infiltrate dal Comitato di liberazione nazionale (CLN), avevano partecipato sotto i suoi comandi alla battaglia finale contro i tedeschi, e tale circostanza permette di chiarire come l’obiettivo reale dell’azione repressiva condotta nei loro confronti consistesse nella liquidazione di qualsiasi forma di potere armato non inquadrato nell’armata iugoslava. Esplicite sono al riguardo le indicazioni presenti nelle fonti, che sottolineano la preoccupazione dei dirigenti del Partito comunista sloveno per l’esistenza a Trieste di strutture politiche e di forze militari non soltanto non disponibili a rendersi subalterne nei confronti del movimento di liberazione iugoslavo, ma pure impegnate a cercare un’autonoma legittimazione antifascista agli occhi della popolazione e degli anglo-americani. Conseguentemente, a essere perseguitati furono anche i combattenti delle formazioni partigiane italiane, le quali, sotto la guida del CLN, avevano lanciato il 30 aprile a Trieste un’insurrezione contro i tedeschi, apertamente concorrenziale rispetto alla liberazione che arrivava sulla punta delle baionette iugoslave.

Contemporaneamente, le autorità iugoslave diedero il via a un’ondata di arresti che diffuse il panico tra la popolazione italiana, soprattutto a Trieste e Gorizia. Parte degli arrestati venne subito eliminata, molti di più vennero deportati e perirono spesso in prigionia. Obiettivi delle retate, oltre ai membri dell’apparato repressivo nazifascista (fra i quali gli aguzzini dell’Ispettorato speciale di pubblica sicurezza per la Venezia Giulia, le cui atrocità erano state invano denunciate fin dal 1942 dal vescovo di Trieste), ai quadri del fascismo giuliano, e a elementi collaborazionisti, furono anche partigiani italiani i quali non accettavano l’egemonia iugoslava ed esponenti del CLN giuliano – dal quale i membri del Partito comunista italiano (PCI) erano usciti fin dall’autunno del 1944, per aderire alle tesi iugoslave – con sloveni anticomunisti e a molti cittadini privi di particolari ruoli politici, tuttavia di chiaro orientamento filoitaliano. La medesima volontà di eliminare chiunque potesse opporsi alle pretese egemoniche dei poteri popolari condusse le autorità iugoslave a perseguitare a Fiume anche gli autonomisti zanelliani – i seguaci di R. Zanella, che nel primo dopoguerra si erano battuti contro G. D’Annunzio per la costituzione di uno Stato libero di Fiume – che godevano di largo seguito in città e che sicuramente non potevano essere imputati di simpatia per il fascismo.

Sloveni e croati contrari al nuovo regime non vennero trattati meglio degli italiani, ma è fra questi ultimi che si ebbe la stragrande maggioranza delle vittime, e la ragione è semplice. Su un tessuto di consolidati conflitti nazionali, si inseriva un dato di fatto: al di fuori della classe operaia, tra gli italiani era quasi generale la contrarietà nei riguardi dell’annessione alla Iugoslavia, e ciò li rendeva automaticamente sospetti e bisognosi quindi, agli occhi delle autorità, di una severa ‘pulizia’ politica. Viceversa, tra gli sloveni e i croati della Venezia Giulia, la prospettiva dell’annessione alla Iugoslavia, a lungo desiderata, aveva fatto in genere passare in secondo piano perplessità e dissensi, che pur in altre parti della Slovenia e della Croazia erano stati piuttosto frequenti, nei confronti del movimento di liberazione guidato da Tito. Non si ebbero quindi nelle province giuliane le stragi di domobranci e ustaša (rispettivamente, collaborazionisti sloveni e croati) che avvennero invece, nei medesimi giorni, immediatamente a est del vecchio confine italo-iugoslavo.

Il tema delle f. ha suscitato fino agli ultimi anni del 20° sec. limitato interesse nella storiografia italiana, e ciò per almeno due ragioni. In primo luogo, la generale disattenzione per le vicende del confine orientale, su cui pesavano gli echi di una stagione di conflittualità fra Italia e Iugoslavia che, a partire dagli anni Sessanta, appariva del tutto superata e che si preferiva quindi non ricordare. In secondo luogo, la rimozione compiuta da parte della storiografia di sinistra, che scontava sull’argomento le difficoltà derivanti dal sostegno offerto nel 1945 dai comunisti giuliani all’amministrazione iugoslava responsabile degli eccidi, dalla politica tutt’altro che lineare tenuta dal PCI sulla questione di Trieste, e dalla diffusa ammirazione per il ‘modello iugoslavo’. A ogni modo, nel corso di un sessantennio si sono succedute proposte interpretative che hanno conservato per lungo tempo una capacità di presa dovuta assai più ai loro legami con i percorsi del dibattito politico che non alle loro capacità esplicative. Del tutto prive di senso si sono così dimostrate le ipotesi negazioniste – già dominanti nella storiografia iugoslava – che avevano ripreso, trasformandolo in ‘verità di Stato’, il giudizio espresso fin dal 1945 dal governo di Tito, secondo il quale “da parte del governo jugoslavo non furono effettuati né confische di beni, né deportazioni, né arresti, salvo che […] di persone note come esponenti fascisti di primo piano o criminali di guerra” (nota iugoslava del 9 giugno 1945).

Speculare alla precedente, ma, come quella, tutta interna allo scontro politico del dopoguerra, è la tesi del ‘genocidio nazionale’ degli italiani, che riproduce la memoria diffusa dei protagonisti del tempo, ma che non è mai riuscita a dimostrare la strumentalità diretta delle stragi rispetto a un preventivo disegno di ‘pulizia etnica’. A parte il numero delle vittime – certo elevato, ma lontano da qualsiasi dimensione di genocidio – la repressione iugoslava del 1945 ebbe infatti sicuramente anche finalità intimidatorie nei confronti dell’intera comunità italiana: esse però sembrano da collegare non tanto a un progetto di espulsione, che prese corpo soltanto in anni successivi, quanto alla volontà di far comprendere nel modo più drastico agli italiani che sarebbero potuti sopravvivere nelle terre passate sotto il controllo iugoslavo solo se si fossero adattati senza riserve al nuovo regime, accettandone tutte le conseguenze di ordine politico, nazionale e sociale.

Maggiore spessore hanno alcune valutazioni elaborate a partire dagli anni Settanta del 20° sec. (G. Fogar, G. Miccoli, T. Sala), che hanno consentito di inserire gli episodi del 1943 e del 1945 all’interno di una più lunga vicenda di oppressione e di violenze, iniziata con la politica snazionalizzatrice del fascismo nei confronti degli sloveni e dei croati, proseguita con l’aggressione italiana contro la Iugoslavia e culminata con la repressione nazifascista contro il movimento partigiano. In tale prospettiva, le stragi sono apparse un fenomeno di reazione largamente spontaneo, una sorta di brutale e spesso indiscriminata ‘resa dei conti’ da parte di popolazioni esasperate nei confronti dei loro persecutori. Si è così pervenuti a una prima storicizzazione del fenomeno, con l’individuazione delle responsabilità del fascismo nello scoppio della crisi che travolse l’italianità adriatica. Questa valutazione ha però trascurato gli elementi di programmazione pur esistenti nella repressione avviata dalle autorità iugoslave e legati non tanto a una volontà ‘barbarica’ di sterminio degli italiani, quanto a una ponderata strategia di annichilimento del dissenso. Quest’ultimo aspetto è stato invece esplorato a partire dalla fine degli anni Ottanta in una serie di contributi (Apih 1988Foibe, 1997; Pupo, Spazzali 2003) che hanno posto in luce il rapporto esistente tra le violenze della primavera del 1945 e il più generale processo della presa del potere in Iugoslavia da parte di un movimento rivoluzionario a guida comunista, protagonista di una guerra di liberazione che era anche guerra civile diretta all’eliminazione fisica degli avversari, i cui echi si prolungarono, in termini di scontri armati e di uccisioni, fino al 1946. La formula interpretativa più aderente a tale realtà, che nella Venezia Giulia combinava inestricabilmente obiettivi sia di rivalsa nazionale, sia di affermazione ideologica e, infine, di riscatto sociale, è apparsa quella dell”epurazione preventiva’, diretta a eliminare dalla società giuliana tutti gli oppositori, anche soltanto presunti, al disegno politico di cui i nuovi poteri erano espressione: un progetto che era al tempo stesso nazionale e ideologico, dal momento che consisteva nell’annessione della Venezia Giulia alla Iugoslavia comunista.

È questa una lettura dei fatti che, senza sottovalutare il ruolo del nazionalismo sloveno e croato, e del loro inserimento nell’ambito della politica di potenza della nuova Iugoslavia, pone al centro dell’attenzione il problema dell’affermazione del comunismo mediante la lotta armata, e che sottolinea perciò la distanza dell’esperienza giuliana da quella vissuta nei medesimi giorni dal resto d’Italia. Le stragi del 1945, infatti, non hanno nulla a che vedere con la Resistenza italiana, non soltanto perché essa non vi partecipò, ma perché radicalmente diverse erano le situazioni. Nell’Italia centro-settentrionale, infatti, la liberazione fu in molte aree seguita da un erompere di azioni di sangue che segnava la conclusione di conflitti che si erano aperti nel 1919-22, ma che si svolgeva al di fuori dalle strutture di uno Stato che sarebbe stato ricostruito secondo principi liberal-democratici, e non si collegava nemmeno ad alcun disegno politico complessivo, posto che l’opzione rivoluzionaria era stata scartata dal PCI. Nella Venezia Giulia invece la violenza di massa costituiva uno degli elementi portanti di una rivoluzione vittoriosa che si trasformò senza soluzione di continuità in un regime stalinista, capace di convertire in violenza di Stato l’aggressività nazionale e ideologica presente nei quadri partigiani.

ARTICOLO TRATTO DALLA ENCICLOPEDIA TRECCANI