27 GENNAIO

LA GIORNATA DELLA MEMORIA NELLE RIFLESSIONI DI MARCO SANNA

Un altro contributo da parte dei nostri alunni alla Giornata della Memoria, che si celebra oggi, giovedib27 gennaio. Questa volta la memoria viene celebrata in versi, immagini e parole, da Marco Sanna, alunno della 5^C, con grafica di Gabiele Puddu, della stessa classe, e con la collaborazione di Gabriele Mastio e Gianfranco Puggioni, della 4^B, tutti stimolati nel loro lavoro di ricerca dalla prof.ssa Peppa Depalmas, docente di Storia e Filosofia.

27 GENNAIO, RACCONTARE LA MEMORIA: APPUNTAMENTO CON LILIANA CAVANI E MASSIMO BERNARDINI

In occasione della Giornata della Memoria dialogheremo con la regista Liliana Cavani e il giornalista e divulgatore televisivo Massimo Bernardini.

I nostri ospiti ci guideranno in un dialogo che affonda le radici nel lavoro documentaristico e filmografico della Cavani, in particolare La donna nella Resistenza (1965), che è stato riproposto nel recente progetto di Rai Cultura “La TV di Liliana Cavani. Un romanzo di formazione”. Una preziosa occasione di ascoltare voci autorevoli e testimonianze dirette e indirette di un periodo storico da non dimenticare.

Il dialogo sarà introdotto da Giulia Albanese (Università di Padova) per l’Istituto Nazionale Parri e moderato da Gabriele Laffranchi, insegnante e direttore di Cosmopolites.

L’evento è rivolto a studenti e docenti della scuola scuola secondaria di secondo grado. Per ricevere il link della diretta è necessario registrarsi compilando il modulo d’iscrizione sottostante. Per qualsiasi necessità è possibile scrivere a info@amoreperilsapere.it.

L’evento è presentato dall’Associazione Amore per il Sapere e da ISTASAC dell’Istituto Nazionale Parri, in collaborazione con Cosmopolites e Istituto S.Orsola.

I RAGAZZI DELLA 3^B E DELLA 5^A INCONTRANO I RAGAZZI DELLA ROSA BIANCA

Gli alunni delle classi 3^B e 5^A, coordinati dalla prof.ssa Antonella spada, docente di Storia e Filosofia, hanno approfondito la storia dei ragazzi della Rosa Bianca (in lingua tedesca: Die Weiße Rose) un gruppo di studenti cristiani che si opposero in modo nonviolento al regime della Germania nazista. La Rosa Bianca fu attiva dal giugno 1942 al febbraio 1943, quando i principali componenti del sodalizio vennero arrestati, processati e condannati a morte mediante decapitazione.

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Il gruppo era composto da cinque studenti: i fratelli Hans e Sophie Scholl, Christoph Probst, Alexander Schmorell e Willi Graf, tutti poco più che ventenni. A essi si unì un professore, Kurt Huber, che stese gli ultimi due opuscoli. Operativo a Monaco di Baviera, pubblicò sei opuscoli, che chiamavano i tedeschi a ingaggiare la resistenza passiva contro il regime nazista. Un settimo opuscolo, che potrebbe essere stato preparato, non venne mai distribuito, perché il caddero nelle mani della Gestapo. Sebbene i membri della Rosa Bianca fossero tutti studenti all’Università Ludwig Maximilian di Monaco, avevano partecipato alla guerra sul fronte francese e su quello russo, dove furono testimoni delle atrocità commesse contro gli ebrei e sentirono che il rovesciamento delle sorti che la Wehrmacht soffrì a Stalingrado avrebbe alla fine portato alla sconfitta della Germania. Essi rigettavano la violenza della Germania nazista di Adolf Hitler e credevano in un’Europa federale che aderisse ai principi cristiani di tolleranza e giustizia. 


LEGGI GLI APPROFONDIMENTI REALIZZATI DAGLI ALUNNI DELLE CLASSI 3^B e 5^A


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Il fotografo di Mauthausen di Anna Cossellu

Nel 1941, a soli ventun anni, Francisco Boix venne catturato dai soldati tedeschi e reso prigioniero nel campo di concentramento di Mauthausen: lì venne impiegato come fotografo dalle SS nel laboratorio fotografico del campo dove ebbe la possibilità di osservare e visionare più di migliaia di fotografie che raccontavano i crimini perpetrati sul campo, i nazisti che ci giungevano e le angherie che subivano i prigionieri. Da solo riuscì a sottrarre molto materiale e nasconderlo per poi recuperarlo poco prima di essere liberato: le migliaia di fotografie lo resero un testimone chiave al processo di Norimberga e Dachau.  

Francisco Boix: il Fotografo di Mauthausen – Vanilla Magazine

Boix sarà ricordato dai i posteri come

“il fotografo di Mauthausen”. 

Francisco Boix: il Fotografo di Mauthausen – Vanilla Magazine

Francisco nacque il 31 agosto 1920 a Barcellona e, essendo cresciuto in un quartiere popolare, militò nella Gioventù Socialista della Catalogna e si appassionò sin dalla giovinezza alla fotografia: una passione trasmessagli dal padre. Ottiene, perciò, durante la guerra civile spagnola, il lavoro di fotoreporter per la rivista “Juliol”. Alla fine degli anni ‘30 venne arruolato nella trentesima divisione dell’esercito; nel 1939 assieme ai repubblicani spagnoli fu costretto ad abbandonare il conflitto contro le truppe franchiste e ad esiliare in Francia, qui venne internato prima nel Campo d’internamento di Le Vernet e poi a Septfonds. Nel 1940 la Francia venne occupata dai nazisti e un anno dopo, il 27 gennaio, Francisco fu catturato dai tedeschi e reso un prigioniero politico spagnolo del Campo di concentramento di Mauthausen. Furono 9.328 gli spagnoli internati nei campi di concentramento nazisti, di questi, ben 7.532 furono internati nel solo campo di Mauthausen, fra questi c’era Francisco Boix, che sopravvisse alle 4.816 vittime spagnole uccise nel campo austriaco. 
La testimonianza di Boix viene considerata importantissima poiché durante i quattro anni di prigionia nel campo (fino al 5 maggio 1945) egli riuscì a raccogliere informazioni di importanza vitale, non solo sul campo di Mauthausen ma anche su quello di Gusen, che ebbe modo di visitare nel 1943.   

             

La prima assegnazione, come per altri suoi connazionali, fu la famigerata cava di granito, sotto la supervisione del brutale SS Hans Spatzenegger, direttore delle cave. Ben presto però, grazie all’aiuto dei suoi compatrioti comunisti che, rispetto agli altri connazionali che lavoravano nelle cave, godevano di certi privilegi perché impiegati in servizi indispensabili (cuochi, segretari, tecnici o barbieri), fu assegnato al servizio identificazione dei prigionieri, un lavoro “privilegiato” e questo grazie al fatto di essere stato prima della prigionia un fotografo. 

Il servizio identificazione era gestito dalla Gestapo che identificava e fotografava i prigionieri al loro arrivo, schedandoli, anche se molti SS ne approfittavano per sviluppare e stampare soggetti personali. Boix, dall’archivio esistente nel reparto identificazioni del campo, si accorse anche di come molte foto erano usate come propaganda idealizzando il campo di Mauthausen come un luogo “normale” con falsi prigionieri ben nutriti e felici. Un’altra scoperta di Boix fu quella che una sezione dell’archivio fotografico aveva un considerevole numero di foto di internati morti “accidentalmente” e illegalmente uccisi, ragion per cui a Mauthausen tutto veniva fotografato.

Il responsabile della sezione di identificazione era Paul Ricken, un fanatico nazista, che secondo il racconto che fece Boix, fu da subito interessato ad avere un assistente che aveva il compito di fotografare con una Leica scene e soggetti che di volta in volta gli avrebbe assegnato. Cinque mesi dopo il suo internamento, il 21 giugno 1941, Boix prese una decisione audace e allo stesso tempo pericolosa per la sua stessa vita ossia rubare le foto che dimostravano le stragi di massa, inoltre, poiché era lui che si occupava di sviluppare i negativi per poi stamparli, fece una copia in più di quelle foto che dimostravano la ferocia dei nazisti sugli internati. Cercò e trovò degli alleati validi nei componenti principali del partito comunista nel lager, che seppur pochissimi, diedero il loro nullaosta al piano, ritennero infatti che se anche solo uno di loro sarebbe sopravvissuto, avrebbe potuto portare la testimonianza di quelle foto al di fuori del campo e che quindi il gioco sarebbe valso la candela. 

Le foto e i negativi rubati volta per volta furono nascosti in una prima fase, in un luogo inviso ai nazisti, il crematorio. Al mattino trasferivano il materiale “parcheggiato” nel crematorio permanentemente nella falegnameria del campo in cui lavoravano i compatrioti di Boix, ed in cui c’erano decine di nascondigli in un ambiente trafficato e rumoroso. Furono eseguiti 30 furti e usati diversi nascondigli. Una delle occasioni più importanti che poteva dimostrare fotograficamente che i vertici delle SSe  del conoscevano quanto accadeva a Mauthausen si presentò quando il campo fu visitato dal Reichsführer delle SS, Heinrich Himmler, accompagnato da Ernst Kaltenbrunner, da diversi membri del partito ed impiegati delle industrie che sfruttavano la cava di Mauthausen. Ricken in quella occasione riprese tutto l’evento per cui il materiale fu a disposizione di Boix che, con uno stratagemma, fu portato fuori dal campo e consegnato a Frau Pointner, una donna coraggiosa che aveva rischiato la vita nascondendolo «in un buco del muro» dietro casa sua. Dopo la liberazione di Mauthausen da parte degli americani, Boix recuperò la sua “refurtiva”. 

Francisco Boix – Il fotografo di Mauthausen – AppRodo
Liberazione di Mauthausen

La testimonianza di Boix con parte delle foto e dei negativi trafugati da Mauthausen vennero usati in due processi, quello internazionale di Norimberga e quello di Dachau condotto da giudici americani per i crimini commessi a Mauthausen. A Norimberga le sue fotografie e la sua testimonianza servirono ad incastrare Ernst Kaltenbrunner fotografato insieme ad Himmler e Franz Ziereis a Mauthausen. Kaltenbrunner aveva mentito ai giudici dichiarando di «non sapere dei campi.  Dopo la liberazione di Mauthausen si trasferì a Parigi dove lavorò come fotoreporter per diversi giornali e riviste. Appena trentenne nel 1951 morì a Parigi per insufficienza renale, forse dovuta alle privazioni patite nel campo di concentramento. Nel 2017 la sindaca di Parigi Anne Hidalgo, in una solenne cerimonia, ha reso omaggio a Francisco Boix. Nel riconoscere i meriti per il suo lavoro negli anni trascorsi nel campo di sterminio di Mauthausen, ha voluto riesumare i resti dal cimitero di Thiais, dove rischiavano di scomparire, per dare loro sepoltura nel Cimitero di Père-Lachaise, non distante da Paul Eluard e Gerda Taro. 

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“MATRICOLA 75190…” di Liliana Segre

“Avevo 8 anni ed ero una bambina, famiglia italiana da generazioni e generazioni. Facevo parte di quella minoranza di cittadini italiani di religione ebraica – trentacinquemila persone al tempo – che, di colpo, con le leggi razziali fasciste diventarono cittadini di serie B all’inizio, per poi arrivare a diventare di serie Z”

Così inizia il racconto di Liliana Segre, “Matricola 75190 di Auschwitz”, tratto da Memoranda. Strumenti per la giornata della memoria, a cura di D. Novara, edizioni la meridiana, Molfetta, 2003

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“IL PASSATO NON PUÒ E NON DEVE ESSERE DIMENTICATO” di Caterina Carta (2^B)

Questa frase mi ha colpito dalla prima volta in cui l’ho letta perché secondo me rappresenta a pieno il motivo per cui ogni 27 gennaio ricordiamo la tragedia dell’Olocausto.
Il passato non può e non deve essere cancellato, e per quanto doloroso possa essere per noi, deve rimanere impresso nella mente di ognuno affinché se ne possa trarre un grande insegnamento e quello che è stato non possa ripetersi più
Purtroppo ancora oggi le discriminazioni sono ancora tante, per questo è importantissimo non essere indifferenti.
Queste sono solo alcune frasi antisemite a Roma:

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“RICORDANDO LILIANA SEGRE…” di Marco Sanna (4^C)

Si continua a marciare.

Un piede segue l’altro, entrambi stanchi.

Le spalle reggono il piccone, ormai sono sfinite.

Il vento leggero muove l’abito: strisce grigie e strisce bianche si legano, stanno unite….reggono una stella giallastra, una serie di numeri attirano lo sguardo.

Il cielo grigio non ha pace: è sommerso da cupe nuvole che lottano contro i flebili raggi del sole,non abbastanza luminosi per stracciare la rete che avvolge il limpido cielo e che lo nasconde da occhi senza luce e affamati.

Si continua a marciare.

I piedi, avvolti nel cartone fradicio, si frantumano tra le pietre affilate.

Sulle spalle scendono leggere alcune goccioline….subito la pelle prova freddo.

Le fibre della camicia a strisce accolgono il polline delle nuove piante: gli occhi le guardano tristi….

La stella giallastra si bagna di lacrime dal cielo, dei pianti delle cupe nuvole che vengono ora lacerate da veloci lembi di luce, con un suono lento ma tremante.

Si continua a camminare.

Occhi attenti osservano dalle rocce, suoni incompresi giungono con urla.

Si viene spinti con i piedi: l’oscurità delle miniere ci attende, il piccone cerca la sua roccia….si entra ormai nel cuore della terra.

Si continua a marciare….forse li dentro troveremo un cuore.

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“COMBATTERE L’INDIFFERENZA PER CONTRASTARE LE INGIUSTIZIE” di Giovanna Teresa Manca (2^B)

La fatalità che sembra dominare la storia non è altro appunto che apparenza illusoria di questa indifferenza, di questo assenteismo. Dei fatti maturano nell’ombra, poche mani, non sorvegliate da nessun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa. (…) Ma la tela tessuta nell’ombra arriva a compimento: e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto, del quale rimangono vittima tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente

Antonio Gramsci

Non si parla solo di quello che la società era allora, ma di quello che di tanto in tanto è anche adesso. È proprio questo che dobbiamo imparare, a non essere indifferenti alle ingiustizie di ieri, di oggi e di domani, pensando che non si verificheranno. Dobbiamo impegnarci a contrastarle,  così che quelli che verranno dopo di noi capiscano che non bisogna avere paura di denunciare il male nascosto nel mondo.

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“NESSUNO DEVE DIMENTICARE” di Giulia Dolfi (2^B)

A noi giovani costa doppia fatica mantenere le nostre opinioni in un tempo in cui ogni idealismo è annientato e distrutto, in cui gli uomini si mostrano dal loro lato peggiore, in cui si dubita della verità, della giustizia e di Dio

Anne Frank

Noi siamo la memoria che abbiamo e la responsabilità che ci assumiamo. Senza memoria non esistiamo e senza responsabilità forse non meritiamo di esistere

Josè Saramago

Noi giovani siamo il futuro, dobbiamo ricordare ciò che è stato per non farlo accadere di nuovo. Solo grazie a noi le generazioni future potranno tramandare, a loro volta, la storia e la sofferenza che portò con sé la Seconda Guerra Mondiale, e le generazioni che verranno ancora…Nessuno deve dimenticare.

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“DALLA MEMORIA, IL RISCATTO” di Carmen Buffa (2^B)

Il progresso, lungi dal consentire il cambiamento, dipende dalla capacità di ricordare… Coloro che non sanno ricordare il passato sono condannati a ripeterlo.

George Santayana

Dimenticanza è sciagura, mentre memoria è riscatto

Anneliese Knoop-Graf

Io penso che queste frasi accomunino tutte le persone che sono state deportate nei campi di concentramento. Non sono infatti le prime o le uniche frasi che leggo con questo significato.                                                                                                                                                                                                                                        Anche Primo Levi scriveva spesso dell’importanza del ricordare, augurando anche cose brutte a chi non lo faceva, compreso di vivere la situazione da lui vissuta. Penso che sia fondamentale ricordare chi ha avuto la forza e il coraggio di resistere, ancheperché non voglio che questa situazione si ripeta nuovamente.

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“LA MEMORIA, VACCINO PREZIOSO CONTRO L’INDIFFERENZA” di Agnese Balloi (2^B)

Coltivare la Memoria è ancora oggi un vaccino prezioso contro l’indifferenza e ci aiuta, in un mondo così pieno di ingiustizie e di sofferenze, a ricordare che ciascuno di noi ha una coscienza e la può usare.

Liliana Segre

La memoria e la conoscenza sono determinanti, senza queste nessuna società può dirsi civile

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“IL DOVERE DELLA MEMORIA” di Angela Cerullo (2^B)

Tutti coloro che dimenticano il loro passato, sono condannati a riviverlo

Primo Levi

Le storie dei deportati sono dure e quasi inverosimili, per le disumane condizioni in cui essi erano costretti a sopravvivere. Troppe volte si continua a negare, a sottovalutare, a far finta di niente, eppure quel triste passato è così vicino, così pericolosamente vicino… Io non voglio rimuovere, non voglio dimenticare e mantengo viva la memoria di quanto accaduto ogni volta che sento soffiare i venti dell’intolleranza.

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“L’ANNULLAMENTO DELL’UOMO NEI LAGER NAZISTI” di Luca Acciaro (2^B)

La maggior parte dei prigionieri è, comprensibilmente, tormentata da una sorta di complesso di inferiorità. Ognuno di noi è stato qualcuno, o almeno credeva di esserlo. Ora invece, qui ci trattano letteralmente come se non esistessimo neppure.

Viktor Frankl

In questa frase, scritta dallo psichiatra e  filosofo austriaco Viktor Frankl in merito alla sua esperienza nel lagher, è spiegato bene come, nei campi di concentramento nazisti l’uomo venisse letteralmente “annullato”. Come racconta anche Primo Levi in “Se questo è un uomo”, nei campi avveniva una vera e propria trasformazione: i prigionieri subivano un trattamento tale da portarli a non considerarsi neppure tra di loro umani, ma animali. Si viveva, come tristemente noto, in condizioni terribili, sia dal punto di vista fisico che da quello psicologico, venendo appunto trattati come degli esseri inferiori, e spinti addirittura a convincersi di questo. A molti ex-deportati è stato chiesto il perché della mancata organizzazione della rivolta, la risposta è stata quasi sempre la stessa: il disumano trattamento riservato ai detenuti li ha portati inesorabilmente a pensare di non potercela fare. Nei campi si perdeva ogni briciola di speranza e fiducia, e il clima non poteva che essere di tragica rassegnazione.

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“PER NON DIMENTICARE” di Gianna Patteri (2^B)

Quel che è accaduto non può essere cancellato, ma si può impedire che accada di nuovo.

Anne Frank

L’Olocausto è una pagina del libro dell’Umanità da cui non dovremo mai togliere il segnalibro della memoria.

Primo Levi

Ho scelto queste frasi perché hanno un significato molto importante per me, dicono che ciò che è accaduto non si può cancellare e fa parte del libro dell’umanità.

L’unica cosa che si può fare affinché ciò che è accaduto possa non ripetersi è non dimenticare.

Nei campi  di concentramento sono state uccise milioni di persone senza alcun motivo, perché ritenute inferiori,  per motivi politici o razziali.

Per questo il 27 gennaio è bene onorare il Giorno della Memoria”, al fine di ricordarci di tutte le vittime dell’Olocausto, che sono state circa 15 milioni, tra cui 6 milioni appartenenti alla religione ebraica, e di quello che tutte queste persone hanno subito, le violenze fisiche e psicologiche e l’odio che su di loro è stato versato

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“ALBERT EINSTEIN E LA PERSECUZIONE NEGLI ANNI DEL NAZISMO” di Maria Grazia Mele (2^B)

Albert Einstein, scienziato di fama mondiale, visse fra il 1879 e il 1955.

Egli come tutti gli altri ebrei durante questo periodo storico, dovette far fronte all’antisemitismo e ad una forte discriminazione persino in campo scientifico, tantoché ricevette numerose lettere con minacce di morte e rischiò persino la vita durante una delle sue lezioni, in seguito alle minacce di un gruppo di suoi alunni (1920). 

Le sue teorie vennero criticate e ci furono molti tentativi di invalidarle, ai quali lui rispose nel “Berliner Tageblatt” con l’articolo  “La mia risposta” in cui affermava che se non fosse stato per la sua etnia, nessuno lo avrebbe messo in discussione in tale misura.

Quando Hitler salì al potere in Germania e la situazione si fece troppo pericolosa, Einstein si trasferì negli Stati Uniti e nel 1939 assieme al suo collega Szilard, inviò una lettera al presidente Roosevelt, dichiarando che la Germania stava lavorando ad un nuovo tipo di bombe e che gli Stati Uniti avrebbero dovuto iniziare a fare lo stesso. Nonostante questo ne scoraggiò fortemente l’utilizzo, in quanto si trattava di bombe atomiche (la lettera dei due scienziati portò alla nascita del Progetto Manhattan). Einstein continuò a lavorare e studiare negli Stati Uniti anche dopo la seconda guerra mondiale, fino alla morte.

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“IL POTERE DELL’ARTE NELL’ORRORE” di Martina Muggittu (5^B)

Tante persone persero la vita, ma alcune vite innocenti vennero salvate, da eroi silenziosi…

L’arte può avere un potere grandioso. Anche nel più grande degli orrori, infatti, può diventare un’arma. Un’arma per combattere la violenza, le ingiustizie , i soprusi. Tante persone cercarono di combattere il terribile nemico nazista con le armi, ma alcuni portarono avanti altre battaglie, imprese silenziose, compiute per salvare vite innocenti. Furono tanti i bambini rimasti orfani, e quando le vite dei loro genitori furono interrotte, in un secondo, rimasero soli in quel mondo tanto freddo e crudele, senza avere la possibilità di vivere la loro vita appena iniziata. Qualcuno fece tornare loro la speranza, cercò di aiutarli a sopravvivere, strappandoli al nemico che non voleva la loro vita. Marcel Marceau li aiutò. Condivideva con quei bambini il loro destino segnato, l’essere ebreo, il dover continuamente scappare. E per aiutarli, usò un’arma, potente ma silenziosa: la sua arte. Marcel Marceau, coraggioso membro della Resistenza francese, era un mimo, comunicava con i gesti, senza le parole, e proprio con i gesti fece tornare il sorriso a quei bambini, fece loro dimenticare l’orrore dandogli la possibilità di scappare dalla realtà buia e di immaginarne una diversa, fatta di storie raccontate in silenzio. Doveva sembrare che stessero semplicemente andando in vacanza vicino al confine svizzero…Lui sapeva, con il suo gruppo, che era un’impresa tutt’altro che facile, le insidie erano tante, i pericoli potevano trovarsi ovunque lungo la strada, ma voleva offrire ai bimbi la speranza di evadere da quel mondo in cui la morte era la loro unica prospettiva. Riuscì a salvarli, rimanendo nel loro cuore per sempre.    

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27 GENNAIO, CELEBRAZIONE UNITARIA DELLA GIORNATA DELLA MEMORIA

In occasione della Giornata della Memoria, in programma il 27 gennaio, proponiamo il monologo di Paolo Floris, attore della scuola di Ascanio Celestini, che racconta la storia di Vittorio Palmas, pastore di Perdasdefogu, deceduto due anni fa, all’età di 105 anni.

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RAI CULTURA WEB DOC

Rai Cultura ha realizzato un esclusivo Web-Doc, per conoscere e comprendere la tragedia della Shoah. I materiali, organizzati in sette sezioni tematiche, provengono dall’archivio storico della Rai e dagli approfondimenti più recenti prodotti da Rai Cultura. Accanto alle immagini che documentano quanto avvenuto si possono ascoltare le testimonianze dei sopravvissuti e i commenti degli storici. Una infografiche, una fotogallery, una bibliografia e una filmografia essenziale, sono a disposizione di coloro che volessero approfondire ulteriormente, la conoscenza della Shoah.

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LA SHOAH

Un interessante documento, a beneficio degli studenti, è disponibile nel sito Hub Scuola di Mondadori Education. Clicca sul LINK per accedere alla risorsa.