FRANGAR, NON FLECTAR! La tragedia di Bitti vissuta in prima persona di Anna Cossellu

“Il 18 di novembre di un anno che non so, anche un passero da un ramo, per paura se ne andò

cantava Al Bano nel 1968; per Bitti questa canzone apparteneva a Giovanni Farre che, proprio il 18 novembre del 2013, era stato travolto da un’ondata di fango e detriti mentre tentava di lasciare la sua campagna. Il suo corpo non venne mai ritrovato.    

 Il ciclone Cleopatra che aveva travolto il paese, era stata la più grande precipitazione registrata negli ultimi 200 anni e aveva danneggiato in modo grave vie e piazze. I fondi che erano stati stanziati dallo Stato e dalla Regione destinati al ripristino e al risanamento dell’impianto idrico di tutte le cittadine colpite, ammontavano a 420 milioni di euro di cui ad oggi si sono potuti usare solo 48. 

Alluvione in Sardegna (foto da Bitti) il giorno dopo

Sette anni e dieci giorni dopo, il 28 di novembre, le precipitazioni che si verificano sono molto intense e sono superiori a quelle registrate negli ultimi 700 anni, i due fiumi principali, Giordano e Cuccureddu, che attraversano il paese intero tramite una serie di canali sotterranei, straripano e trasportano detriti con un’ondata che, dopo aver sommerso i quartieri che si trovano sotto i canali tombati, travolge l’intera valle confluendo nei quartieri dove scorre in canali sotterranei il Rio Podda: a questo punto la forza dell’ acqua è sempre maggiore e talmente forte da portare via con sé tre persone, auto, mobili, caldaie e tutto ciò che trova nel suo cammino.  

Questo è ciò che troverete in ogni giornale, non vi racconteranno la paura, la preoccupazione, il frastuono della pioggia, non vi sapranno raccontate le ore precedenti al disastro, i lampi e il fragore dei tuoni nella notte, il silenzio assordante che ha avvolto il paese un’ora dopo il passaggio della piena e ancora lo shock di venire a conoscenza della presenza di vittime. 

È estremamente difficile raccontare, spiegare come la notte tra il 27 e il 28 sia stata talmente rumorosa che i muri delle case sembravano tremare, ancora più difficile è risvegliarsi ed accorgersi che la pioggia continua a scendere e non sembra fermarsi e in quel momento ricordare il 18 novembre del 2013, pensare a Giovanni Farre, chiedersi se tutti sono rientrati dal lavoro sani e salvi, sperare in una minima ricezione telefonica per sapere se sono tutti vivi o se qualche frana ha bloccato loro il passaggio. Poi attendere, affacciati al balcone, che tutto abbia fine. 

Ho visto automobili essere travolte dall’acqua e combattere una guerra con la corrente e poi alberi che erano stati piantati più di cent’anni fa, ridotti a semplici rametti, trasportati via come piccole barche. E poi lo sguardo dei vicini di casa, di tutti noi che, con paura, guardavamo dalle finestre la forza più grande che avessimo mai visto, mentre si riprendeva il suo posto, come a ricordarci che non siamo noi i suoi padroni.  

Quando tutto si è fermato, al fragore, ai rombi e allo scorrere dell’acqua si è sostituito un grande silenzio, lentamente tutti sono usciti per controllare case, auto e strade; molti non hanno trovato più niente, molti hanno provato a raggiungere i propri cari e non hanno trovato modo di attraversare gli ostacoli portati dall’acqua e qualcuno ha realizzato di aver perso persone importanti.  

E poi?

Poi c’è il sentire che la piena ha travolto anche la casa dove abitavano persone conosciute; sapere che qualcuno è salvo quasi per miracolo; scoprire, dalle persone che passano davanti alla tua casa, che la piazza Asproni è stata travolta e che ora è ricoperta da un muro di detriti di quasi cinque metri, invalicabile, che ha coperto i primi piani all’incirca di cinquanta case; sentire ancora che la parte più bassa del paese è ancora ricoperta d’acqua, poiché l’ondata ha buttato giù muri e travolto tante case, dove il fiume ora scorre liberamente. Il giorno seguente, ognuno di noi, ha realizzato con i propri occhi ciò che era successo, si è rimboccato le maniche e ha raccolto ciò che rimaneva da case, auto e negozi. 

Noi, nati e cresciuti a Bitti, abbiamo perso quasi tutto, ma posso dire con orgoglio che nessuno di noi perderà mai la forza di lottare con tutto sé stesso, di resistere, di rialzarsi anche quando la sfida è grande e la speranza non sembra poter esistere. 

Tutti gli aiuti che sono arrivati hanno ricordato quanto non siamo soli, quanto, anche vivendo in un momento in cui il distanziamento sociale rappresenta la garanzia per la nostra sopravvivenza, la solidarietà e la parola comunità possono e devono ancora esistere. Probabilmente senza le forze dell’esercito, dei vigili del fuoco, della protezione civile, di tanti altri che hanno offerto i loro mezzi di movimentazione di terra e dei molti volontari non saremmo riusciti a sgomberare alcune delle vie principali dalle montagne di detriti. 

I volontari e la Brigata Sassari che hanno aiutato a sgomberare via Cavallotti, solo alcuni dei tanti che hanno offerto e offrono tutt’ora una mano ai cittadini bittesi.

Il futuro sembra riservare al nostro paese un cambiamento sostanziale e una totale delocalizzazione delle zone abitate per fare spazio ai fiumi che erano stati inseriti in canali tombati alla fine degli anni venti. Eppure è ormai crescente la consapevolezza e il desiderio di ricominciare, di lasciare un luogo che ti ha dato tanti ricordi e allo stesso tempo tanto dolore come la propria casa. 

I tempi di ricostruzione saranno piuttosto lunghi, ma proprio come cita l’epitaffio di Giorgio Asproni, che nacque qui a Bitti all’inizio dell’Ottocento, 

Frangar, non flectar!” 

Abbiamo allegato qua sotto la raccolta fondi ufficiale del comune per chi fosse interessato a dare un aiuto concreto:

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